Contro. Non è un lungo sfogo, non una litania di accuse, non una catena di lamentazioni o un cocktail di malumori. Contro don Matteo. Essere preti in Italia, scritto da don Domenico Cambareri ed edito dalle Edizioni Dehoniane Bologna, non risparmia certo le critiche “dal di dentro” all’esperienza sacerdotale, ma soprattutto apre delle prospettive.

Bene lo dice nella prefazione mons. Erio Castellucci, arcivescovo abate di Modena-Nonantola, vescovo di Carpi e vice presidente della Conferenza Episcopale Italiana: «La tensione del libro è decisamente costruttiva: non è una critica malevola, ma una critica in senso etimologico; la parola greca krisis significa prova, vaglio, discernimento».

L’obiettivo dichiarato da don Domenico Cambareri è «tentare di aprire – meglio proseguire – un dialogo franco e adulto sulla condizione del clero (almeno) in Italia», sulla fatica di tanti sacerdoti, logorati nella psiche e nel corpo dalle innumerevoli cose da fare, dalla solitudine.

Così accade: ogni mattina un prete si alza e… senza domandarsi se è leone o gazzella, deve cominciare a correre, a inseguire tutto quel che incombe: dalla caldaia rotta nelle aule di catechismo al tizio rimasto senza benzina, dall’esborso imprevisto al funerale all'ora di pranzo, al bisognoso che chiede aiuto.

Se la formazione guarda al passato

A formare il prete alla vita pastorale è il seminario: una specie di «macchina del tempo», che viaggia nel tempo, ma la cui destinazione è quasi sempre il passato. Un'organizzazione che prepara a incontrare una società più simile a quella dell'era della gioventù di papa Pacelli che a quella liquida del presente.

Ma è almeno un luogo in cui si costruiscono delle relazioni umane solide e mature? «Il terrore dell’omosessualità serpeggia per i seminari, per i conventi, per i monasteri, e guai alle amicizie particolari! Si è cosi ossessionati da esse, che si indulge tranquillamente sul vero pericolo per la salute dell’anima: le inimicizie particolari», testimonia il nostro autore citando Timothy Radcliffe. Così, la qualità delle relazioni dei futuri preti lascia spesso a desiderare.

Il bisogno di amicizia resta però pressante: «spesso il presbiterio è l’unico luogo in cui ci si senta accolti, capiti, a cui consegnare gioie e fatiche della vita. Non lo si può fare con i laici che il clericalismo vuole incapaci di comprendere le “cose da preti” e allora rimangono i confratelli», confessa don Cambareri. Si tratta di relazioni importanti, che per il bene della Chiesa in futuro sarà importante favorire e valorizzare maggiormente.

Don Matteo: tutti i difetti di un'icona

Il don Matteo di Rai1 interpretato da Terence Hill, tonaca sdrucita e bicicletta, è certamente un’icona che piace e rassicura.

Affetto da forte moralismo, è interprete di un Dio dalla morale facile, capace di sistemare tutti i conflitti interiori. Distingue nettamente il bene dal male senza incertezze, tentennamenti, errori.

Con un sottile classismo dà del tu agli umili e del lei ai potenti. Con stile paternalista, in parrocchia si circonda di collaboratori laici visibilmente inferiori. «Don Matteo non si innamora, non fa fatica a pregare, non litiga, non dubita, non si sfoga con un amico, non va in vacanza, non dice parolacce... Ma sono così tutti i preti umbri? Don Matteo: amatissima icona presbiterale di una Chiesa non in uscita ma uscita dalla realtà e sopravvivente nei rimpianti televisivi di una generazione timorosa», annota il nostro autore.

In realtà i preti veri sono diversi. Per tutti loro il suggerimento è quello di porsi in discontinuità con il modello televisivo.

Il prete vero: un Achille o un Ettore?

Collocato su un piedistallo, a motivo delle alte aspettative che il prete stesso in primis ha su di sé e che tutto il popolo – dei fedeli e non – ha su di lui, il nostro “campione” soffre di solitudine e rischia di farsi molto male alle prime cadute… «Non si pretenda dal prete l’invincibilità achillea ma l’umana – e non meno “eroica” – fragilità di Ettore», è l’invito di don Cambareri. We don’t need another hero, cantava Tina Turner: c’è da darle retta.

Ma esiste un modo per cui i sacerdoti possono cessare di essere uomini “vecchi”, rispetto al mutato contesto culturale in cui si trovano a operare? Il prete «è l’uomo chiamato di più oggi a esercitare il titanico sforzo teologale della speranza», ci fa notare don Domenico.

Questa speranza può esercitarsi davvero, e rovesciare lo scenario attualmente esistente, prendendo come compagni di viaggio tre gruppi fondamentali per la Chiesa tutta: le donne, i poveri, i giovani, secondo quanto più volte ribadito da papa Francesco. E separandosi da molte cose che non servono, che fanno perdere tempo prezioso.

Occorre audacia. Per saperne di più sul come, resta indispensabile prendere in mano l’agile e profondo volumetto che vi abbiamo qui presentato.