Domenica 26 settembre don Giovanni Fornasini, prete martire di Marzabotto, è proclamato beato. Per immergerci nella sua storia e in quelle di "Vita e morte delle comunità martiri fra Setta e Reno (1898-1944)", non possiamo non riprendere in mano l’importante volume Le querce di Monte Sole , di cui la frase appena citata costituisce il sottotitolo. Non possiamo evitare questa “pietra miliare”, a firma di Luciano Gherardi, pubblicata da Il Mulino nel 1986 e poi proposta in nuova edizione dalle Edizioni Dehoniane Bologna nel 2014 a settant’anni dalla strage del 1944, arricchita dalla prefazione di Luigi Pedrazzi e dalla postfazione di Athos Righi e tutt’ora disponibile in cartaceo e anche in e-book.

Com’è noto, il lavoro di Gherardi è preceduto dalle 65 dense pagine di introduzione di Giuseppe Dossetti. Questi due preti protagonisti della storia della Chiesa di Bologna del ’900, quale segno estremo di comunione, riposano ora entrambi nel minuscolo cimitero di Casaglia a Monte Sole.

L’angelo di Marzabotto

All’interno del volume il cognome Fornasini ricorre 206 volte, non tutte però riservate a don Giovanni: c’è un’intera famiglia coinvolta. Il capitolo dodicesimo, titolato "L’angelo di Marzabotto" e dedicato alla vicenda del prete martire, occupa 90 pagine.

«All’indomani dell’ordinazione diaconale, conferitagli il 7 giugno 1941, il card. Nasalli Rocca pose i suoi ardenti 26 anni al fianco del settantunenne don Giovanni Roda, arciprete di Sperticano, a due chilometri da Marzabotto, sulla riva destra del Reno», racconta mons. Gherardi. Poco più di un anno dopo, il 20 luglio 1942, venuto meno l'anziano parroco, Fornasini divenne egli stesso arciprete «di quella che sarà per lui parrocchia, diocesi e mondo intero».

Don Giovanni faceva tutto con amore: «Aiutava i poveri. Dava loro le uova delle benedizioni pasquali. Comunicava pace e fiducia. Venivano anche da fuori per gli incontri di formazione e per le conferenze serali».

La scuola di avviamento

La sua carità non si esprimeva tuttavia soltanto con le opere di bene e la pastorale. Degna di attenzione è anche la sua attività di promozione sociale con la creazione di una scuola di avviamento: «C’è un cliché dell’immagine divulgata di Fornasini che ne fa l’uomo della carità con la mano e il piede vicino al cuore», racconta ancora Gherardi. «Corrisponde al vero; ma è incompleta. Marca la sua figura anche un’autentica sigla educativa. È attento al valore di una cultura capace di attrezzare, con un bagaglio di idee e di risorse tecniche, i giovani che si affacciano alla scelta professionale. L’istinto pedagogico gli fa percepire la rilevanza del nesso scuola-lavoro, istruzione-professione. Sa il prezzo del sapere. Ripercorre una storia personale. Chi potesse ricostruire la sua biblioteca, purtroppo distrutta, farebbe autentiche scoperte». Qualcuno pensava che don Giovanni avesse molti soldi perché spendeva tanto in libri. In realtà la sua era una scelta effettuata a costo di notevoli sacrifici.

Il presbiterio locale

Una sorta di ‘pausa di riflessione’, mons. Gherardi la fa nel guardare la condizione ‘di gruppo’ del presbiterio di Monte Sole, di cui Fornasini costituisce la punta di diamante. Due sono i dati fondamentali che lo contraddistinguono: «la solitudine con Dio e la comunione presbiterale». In primis, il sacerdote è quello che celebra l’eucaristia, che sa sostare davanti al tabernacolo. Da ciò, come da prodigiosa riserva di energia, scaturisce la fraternità del presbiterio. «La fraternità tra i sacerdoti, negli anni in cui si colloca la testimonianza di don Fornasini, tocca il momento più qualificante, una verifica quale raramente si riscontra nella routine dei tempi di bonaccia». Le loro comunità «sono comunità a misura umana, di cui ogni parroco sa a memoria la mappa con i focolari e le famiglie. Ne percorre i sentieri e ne condivide gioie e dolori. La porta della canonica è la n. 1, centro e cuore di un quartiere invisibile».

L’emergenza

È noto che dopo il 25 luglio 1943, alla caduta del duce, la guerra si trasformò da guerra di fronti a guerra totale. Dopo l’8 settembre si era installato a Marzabotto un comando tedesco che si riferiva alla Wermacht. Sulla montagna operavano i partigiani della brigata "Stella Rossa". L’area di Monte Sole era divenuta «l’immediata retrovia di un scontro fra potenze mondiali, e il teatro di una lotta intestina pro e contro un ex alleato, trasformatosi in oppressore e aggressore». In questo contesto carico di paura, don Fornasini continua il suo ruolo di apostolo dell’emergenza.

L’escalation di eventi e di rappresaglie che condussero agli ultimi giorni di don Giovanni è descritta ne Le querce di Monte Sole e in altre ricerche successive che approfondiscono questa storia. L’8 ottobre il comando di un reparto delle SS si insediò nella canonica di Sperticano. Il 14 ottobre 1944 don Giovanni venne trovato morto, colpito al petto, a viso aperto. Ma fino al 24 aprile non fu possibile recuperarne il corpo per dargli degna sepoltura.

«È un santo!»

Chiudo questa riflessione attraverso cui ci hanno condotto le pagine di mons. Luciano Gherardi con un significativo ricordo di don Fornasini che ci riporta al primo anniversario della sua morte: «Il sabato 13 ottobre 1945 si traslò don Giovanni dal cimitero alla chiesa. Nasalli Rocca era stato perentorio. Non volle che fosse portato a Porretta nella tomba di famiglia, o altrove. Doveva restare lì, in mezzo al suo popolo. Lo riesumarono la sera del 12: il lenzuolo era consunto, specie all’altezza del petto; ma il corpo intatto. Alcuni fra i presenti – ripensando ai mesi sotto le intemperie e ai 173 giorni nei solchi della terra – incominciarono a dire “È un santo!”».