I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo di Vladimir Soloviev ritorna finalmente in libreria, per iniziativa delle EDB - Edizioni Dehoniane Bologna.

Fin dalla sua pubblicazione, quest’opera singolare è stata in grado, lungo i decenni, di suggestionare e ispirare molti cristiani. Soloviev riuscì a terminare questo suo vero e proprio testamento spirituale nel giorno di Pasqua del 1900, quando già - a soli 47 anni di età - percepiva sopra di sé l’ombra della morte, che sarebbe sopraggiunta di lì a pochi mesi.

In questo scritto il celebre filosofo, teologo e poeta russo, che fu apprezzato da Dostoevskij e da Tolstoj - pur divenendo un feroce critico di quest’ultimo -, esplora il rapporto tra il bene e il male, ma soprattutto vede in esso la chiave per illustrare il rapporto tra il cristianesimo e la modernità. Per questo le pagine di Soloviev, con il loro orizzonte escatologico, “illuminano il presente, ogni presente, spalancandolo al futuro”: così scrive don Luigi Maria Epicoco nella sua prefazione, che in questa nuova edizione EDB si aggiunge alla ricca introduzione di Giuseppe Riconda.

Un'immagine di Vladimir Soloviev

“La conclusione della nostra evoluzione storica: l’apparizione, l’apoteosi e la rovina dell’Anticristo”

Il libro di Soloviev trova la propria origine nei fermenti che agitavano la Russia sulla soglia del XX secolo. I tempi nuovi, insieme alle innovazioni della tecnologia, non avrebbero portato la pace universale preconizzata dal positivismo, bensì le due guerre più atroci che l’Europa avesse mai visto nella sua insanguinata storia. Mentre proprio l'impero russo - la più arretrata tra le grandi potenze europee - avrebbe visto di lì a non molto, sul proprio suolo, lo sviluppo storico più dirompente.

I Tre dialoghi - a cominciare dalla caratterizzazione dei personaggi che danno loro vita e dai loro scambi dal ritmo sostenuto - partecipano pienamente del dibattito filosofico e culturale della Russia dell’epoca, di cui Soloviev fu attivo protagonista.

Ma quando a poche decine di pagine dalla fine, senza soluzione formale di continuità, un personaggio inizia a leggere agli altri un manoscritto - cioè il Breve racconto dell’Anticristo -, il lettore si ritrova improvvisamente catapultato tra la fantapolitica e l’apocalittica, in una narrazione a un tempo cronachistica e visionaria, sintetica e precisa, di estrema suggestione.
Soloviev si rivela narratore capace di disegnare scenari complessi con pochi, convincenti tratti e di orchestrare sapientemente evocazioni e rimandi al patrimonio spirituale e culturale del cristianesimo d’Oriente e d’Occidente. Davvero in queste pagine - che per alcuni versi  sembra risolversi felicemente quella tensione “tra razionale empirico e razionale spirituale” che don Luigi Epicoco riconosce come feconda costante della vita e dell’opera di Soloviev.

“Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso”

Le pagine di Vladimir Soloviev superano la propria contingenza. La stessa forza profetica - se così si può dire - che in esse sembra manifestarsi, pur apparendo per certi versi prodigiosa nel preconizzare alcuni sviluppi storici, culturali e politici dei decenni successivi, non sembra esaurirvisi, ma riesce a parlare a ogni epoca.

Da qui la suggestione unanime che il volume ha esercitato per generazioni di cristiani delle più diverse confessioni, estrazioni e tendenze. Questo è anche il motivo che dovrebbe sconsigliare a chiunque di cedere alla tentazione di tirare per la giacca Soloviev a sostegno delle proprie particolari posizioni individuali e di gruppo, anziché usarlo come severo ammonimento alla propria coerenza con il vangelo.

Del resto, nel Racconto dell’Anticristo (per il quale si è parlato, a ragione, di “ecumenismo escatologico”), perfino il tesoro più prezioso di ciascuna confessione cristiana - l’autorità del papa per i cattolici, le tradizioni liturgiche e spirituali per gli ortodossi, il libero esame della Scrittura per i protestanti - diventa, con un paradosso solo apparente, la causa della sottomissione alla mondanità, allorché venga separato dall’unica sostanza propria del cristianesimo. Soloviev, in punto di morte, ergendosi sulle soglie del secolo nuovo, implora tutti i cristiani di non perdere ciò da cui ogni elemento della fede trae fondamento, e ogni varietà è ricondotta a unità; ciò che irriducibile al mondo, e pertanto salvifico per l’umanità: il Cristo.
Queste pagine drammatiche, che ad alcuni potranno ricordare in qualche modo i romanzi fantastici di Chesterton, e nelle quali in cui riluce un bagliore d’intrepida e pensosa speranza, assumono il carattere di un appello perenne, di un apologo di valore assoluto, fino alla fine dei tempi.